Posso fidarmi di quello che sento?
Posso fidarmi delle mie sensazioni?
Queste domande possono portare con sé altre domande più sottili.
Una possibile chiave di lettura si trova proprio nell’incontro fra queste domande.
Ci sono momenti in cui, dentro di noi, può emergere una domanda.
Una domanda semplice, ma allo stesso tempo profonda:
- Posso fidarmi di quello che sento?
- Posso fidarmi delle mie sensazioni?
- Come faccio a sapere se quello che sento “è giusto”?
Sono domande comprensibili e soprattutto umane, che spesso non nascono perché non siamo in grado di sentire.
Possiamo infatti essere allenati a uno sguardo interno, ad essere in qualche modo in contatto con quello che sentiamo, e allo stesso tempo può essere complesso riconoscere ciò che emerge, comprenderlo e dargli un significato che sia davvero nostro.
A volte, una domanda porta con sé altre altre domande.
La domanda “posso fidarmi di quello che sento” può infatti portare con sé altre domande più sottili:
- Posso fidarmi di me stessə?
- Posso fidarmi della mia capacità di riconoscere e dare un significato alle mie sensazioni?
- Come faccio a sapere se quello che sento ha valore, soprattutto quando attorno a me viene messo in discussione?
Sono tutte domande comprensibili e umane.
Il rapporto con la percezione che abbiamo di noi stessi e il rapporto con ciò che sentiamo sono influenzati dalla nostra storia, dalle nostre esperienze, dagli insegnamenti che abbiamo ricevuto, dalle abitudini che abbiamo costruito nel tempo e dal modo in cui abbiamo imparato a stare in relazione con noi stessi e con gli altri.
Quello che percepiamo incontra il nostro modo di vivere la realtà.
A volte, nel corso della nostra storia, possiamo aver ricevuto ripetutamente messaggi e vissuto situazioni che ci hanno portato a mettere in dubbio le nostre percezioni, i nostri bisogni, il nostro modo di vivere le situazioni.
A volte possiamo aver imparato a cercare continuamente conferme all’esterno, nelle parole e nello sguardo degli altri, fino a perdere un po’ il contatto con i nostri punti di riferimento interiori.
Altre volte, invece, può accadere qualcosa di diverso.
È possibile che ci troviamo a confondere il sentire con una risposta immediata prima ancora di aver avuto il tempo di ascoltare davvero, chiamandolo intuito. Ma una sensazione che emerge nel corpo, infatti, non è automaticamente una verità assoluta da seguire.
Fidarsi dell’intuito come fosse una verità assoluta è diverso dall’ascoltare ciò che sentiamo.
Possiamo fidarci del fatto che una sensazione esista e abbia un significato per noi; allo stesso tempo questo non significa necessariamente che la sua interpretazione immediata descriva tutta la realtà della situazione.
Spesso una sensazione può essere infatti il risultato di processi di elaborazione non completamente consapevoli.
Può essere una manifestazione di riconoscimento e di risonanza. Oppure può avere una funzione difensiva, può essere un modo con cui il nostro sistema cerca di proteggerci, può essere una risonanza con ciò che viviamo intorno a noi. E molto altro.
Per questo, quando parliamo di ascolto del corpo e di relazione con il proprio sentire, è importante fare una distinzione.
Non si tratta di credere automaticamente a tutto ciò che sentiamo. Non si tratta di trasformare ogni sensazione in una risposta già pronta o in qualcosa da interpretare immediatamente.
Aprirsi a un dialogo con il corpo
Costruire una relazione con ciò che sentiamo significa entrare in contatto con il nostro mondo interno e imparare, nel tempo, a conoscerlo.
Il corpo ha una propria modalità di espressione. Il corpo può, sì, offrire uno spazio di ascolto, di esperienza e di relazione. E noi, calandoci nella prospettiva del corpo, a nutrire questo spazio, nel tempo, con dei significati. In questo senso, possiamo comunicare con il corpo attraverso il suo linguaggio.
Un linguaggio fatto di sensazioni, di vibrazioni, di cambiamenti sottili, di percezioni che emergono e si trasformano, di respiro che si modifica, di energia pulsante che si muove.
Ma il corpo non è un traduttore automatico.
Non ci consegna risposte preconfezionate.
È invece un luogo, uno spazio, una dimensione con cui possiamo entrare in relazione.
Questa relazione si coltiva nel tempo. Non dall’oggi al domani.
Attraverso l’esperienza diretta con sé stessi. Attraverso l’evoluzione del proprio modo di percepire e di percepirsi. Attraverso il cambiamento o il consolidamento del nostro modo di rispondere e di metterci in relazione.
Nel tempo possiamo iniziare a costruire una mappa interiore più radicata. Una mappa fatta di punti di riferimento interiori che nascono dall’esperienza diretta, dall’ascolto e dall’allenamento di risorse interiori.
Quando la sensibilità può diventare una risorsa
la storia e il vissuto di Francesca
Questa è una storia raccontata con il consenso della persona coinvolta e con alcuni elementi modificati per tutelarne la privacy.
Costruire una relazione con ciò che sentiamo è un processo che ognuno attraversa in modo diverso. Non esiste un modo uguale per tutte le persone, perché ognuno porta con sé la propria storia, le proprie esperienze, il proprio modo di percepire e di stare in relazione con sé stesso e con gli altri.
Quello che sento…è giusto? Va bene?
Quando ho conosciuto Francesca aveva 26 anni. E portava con sé un vissuto, una profondità e una capacità di osservare il mondo che spesso si incontrano in persone con molti più anni sulle spalle.
Francesca era una ragazza con un’alta sensibilità. Una sensibilità che, per molto molto tempo, non aveva trovato uno spazio sicuro in cui poter esistere liberamente. E , nel tempo, Francesca ha cominciato a dubitare sempre di più di ciò che sentiva. A dubitare del proprio modo di sentire, delle proprie percezioni, ma anche poi dei suoi stessi desideri, valori e bisogni.
Una domanda continuava a riaffacciarsi, ancora e ancora:
“Come faccio a capire se quello che sento è giusto e va bene?”
Francesca aveva concluso da circa un anno un importante percorso di psicoterapia che, nel suo vissuto, le aveva permesso di conoscere meglio le proprie emozioni, di trovare un significato alla propria storia personale e dare una direzione diversa alla propria vita.
Francesca descriveva una modalità di percepire il mondo molto intensa e ricca di sfumature.
E in quel momento della sua vita, sentiva il bisogno di trovare un equilibrio, imparando ascoltare, a comprendere e vivere la propria sensibilità senza esserne travolta. E di rafforzare quei punti di riferimento interiori che non troviamo già pronti dentro di noi, ma che costruiamo nel tempo attraverso l’esperienza, l’ascolto e la relazione con ciò che sentiamo.
A volte, cerchiamo conferme e rassicurazioni nello sguardo degli altri…
Per lei, il primo passo è stato coltivare un contatto sicuro con il corpo e con il sentire, uno spazio in cui poter fare esperienza di sé in un modo diverso dalle parole.
Quando è arrivata, Francesca cercava uno spazio protetto.
E allo stesso tempo cercava anche molte risposte. Molte rassicurazioni e qualcuno che le dicesse se ciò che sentiva era giusto e se stava andando nella direzione corretta.
Quelle conferme inizialmente le cercava in me.
Ma il mio ruolo non era dirle se ciò che sentiva fosse giusto o sbagliato: era accompagnarla nella creazione di uno spazio di esplorazione. Uno spazio in cui non trovare risposte già confezionate, ma attraverso domande e osservazioni poter aprire nuove possibilità e incontrare, passo dopo passo, ciò che emergeva.
Ascoltarsi attraverso l’esperienza del corpo, trovando punti di riferimento interiori.
Nel percorso, Francesca ha potuto fare esperienza, progressivamente, di uno spazio in cui non ricevere risposte preconfezionate, ma iniziare a costruire le proprie.
Il lavoro insieme non è stato trovare qualcuno che le dicesse cosa avrebbe dovuto sentire, pensare o fare. È stato creare uno spazio in cui potesse osservare ciò che emergeva, attraverso l’esperienza del corpo, attraverso domande utili ed esplorative. Uno spazio in cui potesse costruire, passo dopo passo, una relazione diversa con ciò che sentiva.
Imparando a dare un significato più radicato alle proprie sensazioni, non solo istintivo, ma costruito nell’esperienza e attraverso strumenti concreti, Francesca racconta di aver iniziato a osservare alcuni aspetti di sé con uno sguardo diverso.
Con il tempo, Francesca ha iniziato a riconoscersi un po’ di più. E, nel suo racconto, questo ha trovato risonanza anche nelle relazioni, nelle scelte e nel modo di stare nel mondo.
Parallelamente, una parte del percorso ha riguardato anche la possibilità di costruire confini. Confini più sottili, nel rapporto con il proprio corpo e con ciò che sentiva, e confini più concreti nella vita di tutti i giorni.
È stato un processo graduale. Francesca racconta di aver iniziato, con i propri tempi, a concedere maggiore spazio a ciò che sentiva.
Orientarsi fra ascolto, fiducia e sentire.
Una riflessione prima di salutarci…
Forse, quando ci chiediamo:
“Posso fidarmi di quello che sento?”
può essere utile fermarsi un momento e osservare quali domande porta con sé. Perché, a volte, dietro questa domanda possono esserci aspetti diversi.
- Può riferirsi alla nostra autostima, alla percezione che abbiamo di noi stessi. Alla possibilità di riconoscere il nostro valore, le nostre risorse, il nostro modo unico di essere.
- Può riferirsi alla capacità di entrare in relazione con ciò che emerge dentro di noi. Di riuscire a cogliere e riconoscere le sensazioni che ci attraversano.
- E poi può riferirsi alla propria capacità di dialogare con ciò che sentiamo. Di attribuire significati alle nostre sensazioni, di scegliere come rispondere e reagire ad esse. Non per trovare risposte immediate. Non per trasformare ogni sensazione in una verità assoluta.Ma per costruire, passo dopo passo, una relazione più consapevole con il nostro mondo interno.
Sono aspetti diversi tra loro. E riconoscerli può essere un primo passo per comprendere da dove nasce il nostro dubbio e verso quale direzione possiamo scegliere di orientarci.
La nostra sensibilità può infatti diventare una risorsa per conoscerci, per orientarci nella relazione con noi stessi e con l’altro. E questo percorso può partire anche dall’esperienza del corpo. Dal coltivare uno spazio di ascolto e di presenza in cui poterci incontrare in modo nuovo, giorno dopo giorno.
Grazie per aver letto questo articolo, per il tempo e lo “spazio dentro” condiviso.
Io sono qui, incammino insieme a Te!
Serena🌻
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