Non sento il corpo

Non sento nulla. Mi sembra di non sentire nulla nel mio corpo.”

Elisabetta, e una parte della sua storia, del suo vissuto. 

Questa è una storia raccontata con il consenso della persona coinvolta e con alcuni elementi modificati per tutelarne la privacy.

Può capitare di arrivare a un punto in cui la percezione che si ha è quella di non sentire più il proprio corpo.

Quando ho conosciuto Elisabetta, questa era una delle cose che mi colpiva maggiormente del suo racconto.

Non riusciva più a sentire il corpo.

Poi, incontrandoci e andando un po’ più in profondità, abbiamo iniziato a osservare che cosa significasse, per lei, quel “non sento nulla” e come stesse vivendo quel non sentire.

Non riusciva a percepire altre sensazioni nel proprio corpo oltre al dolore, oltre ai sintomi con cui conviveva da molti anni.

Nella sua esperienza, il dolore e i sintomi avevano finito per occupare molto spazio.

Erano diventati così presenti da lasciare poco spazio ad altre sensazioni e ad altre sfumature.

Con “Non sento il corpo”, Elisabetta raccontava di non riuscire più a percepire il corpo nel modo in cui lo aveva conosciuto in passato. Diceva di non riuscire a percepire, dentro al proprio corpo, alcune sensazioni che per lei erano state importanti: la possibilità di rilassarsi, le emozioni piacevoli, la sensazione di un abbraccio, la vitalità e l’energia che poteva sentire durante lo sport.

Una stanchezza difficile da descrivere

Elisabetta aveva 52 anni e portava con sé una grande stanchezza. C’era la stanchezza del corpo, legata anche a una condizione fisica che da tempo chiedeva attenzione e cura. C’era la stanchezza di anni di tentativi nel curare la propria salute fisica. E c’era anche una stanchezza più “sottile”, a livello del cuore, più difficile da nominare.

Nei mesi precedenti inoltre aveva deciso di iniziare un percorso di crescita personale che però, a un certo punto, aveva iniziato a diventare troppo intenso per lei e il modo in cui stava cercando di lavorare su di sé aveva finito per aumentare la pressione invece di creare spazio.

Aveva quindi deciso di fermare quel percorso.

Una sensazione di essere costantemente in allerta. Non solo nel corpo.

Era come se da molto tempo non riuscisse più ad abbassare la guardia. Quella sensazione di essere costantemente “in allerta”.

Elisabetta raccontava il respiro corto, la sensazione di essere spesso “in apnea”, il sonno leggero e frammentato. Raccontava di sentire il corpo teso, anche durante pratiche come lo yoga e la meditazione. E c’erano il dolore e i sintomi con cui conviveva da molti anni.

Durante gli incontri abbiamo fatto esperienza e osservato anche questo: mentre da una parte Elisabetta descriveva la sensazione di non riuscire più a sentire il corpo, dall’altra potevamo osservare quanto il corpo fosse comunque presente nella sua esperienza.

Si trattava di lasciare spazio a queste diverse e, a tratti, contrastanti parti di sé, e osservare che cosa emergeva da questo entrare in relazione con ciò che sentiva.

Una mappa interiore tra corpo, emozioni e pensieri, che nel tempo si era irrigidita.

Elisabetta sapeva che esiste una relazione tra corpo, emozioni e pensieri.
Nel tempo, però, aveva costruito una propria lettura di questa relazione, un modo attraverso cui orientarsi e comprendere ciò che accadeva dentro di lei, che si era irrigidito nel tempo attorno ad alcune convinzioni.

Nel racconto di Elisabetta emergevano anche alcune domande e pensieri che, nel tempo, erano diventati molto presenti:
“Cosa sto sbagliando? Cosa non funziona in me? Perché continuo a stare male?”
Se non si incontravano i miglioramenti sperati, poteva emergere il pensiero: “È colpa mia, non ho fatto le cose nel modo giusto.”

E anche quando emergeva una sensazione nuova, poteva diventare difficile lasciarle spazio: poteva essere qualcosa che non andava bene, qualcosa di pericoloso.

Anche le emozioni potevano entrare dentro questa narrazione: “Se quando sono arrabbiata i miei sintomi peggiorano… allora è la rabbia il problema!”

E così la rabbia poteva diventare qualcosa da controllare, da trattenere, da evitare.

Entrare in contatto con il corpo

attraverso l’esperienza: voce, respiro, movimento, ascolto.

Proprio per questo, all’inizio del percorso non abbiamo cercato di aggiungere altro a ciò che Elisabetta aveva già costruito, né di spingere il percorso ancora in avanti. Abbiamo iniziato invece a stare con ciò che c’era, lasciando spazio all’esperienza e a un progressivo ridimensionamento di alcune delle dimensioni che in quel momento occupavano molto spazio.

Siamo partite dall’esperienza del corpo e al sentire del corpo siamo tornate più volte. Al respiro, alle sensazioni, alle percezioni dentro e attorno a sé…

All’ascolto attivo dei suoni armonici, al movimento libero, alla relazione con il respiro, al tatto e al contatto, alla musica, alla voce. Esperienze diverse che permettevano a Elisabetta di tornare al corpo, lasciando particolare spazio a tutte quelle pratiche di connessione che non prevedessero l’uso della parola.

Uno spazio che comincia a cambiare forma e consistenza…

In questo spazio abbiamo iniziato a ridimensionare anche quella sensazione di essere costantemente in allerta, sempre attraverso l’esperienza del corpo, l’ascolto attivo e le pratiche di connessione.

Entrando gradualmente in contatto con ciò che poteva emergere oltre il sintomo, insieme al sintomo e nonostante il sintomo. Incontrando nuove sfumature, percezioni e significati.

E da qui, anche un dialogo diverso per incontrare il corpo

Dopo esserci immerse nell’esperienza del corpo, nel tempo abbiamo potuto aprire anche uno spazio per dialogare con il corpo e con ciò che emergeva.

In questa fase abbiamo potuto, nella situazione specifica di Elisabetta, affiancare all’esperienza corporea anche gli strumenti di coaching.

Il percorso ha offerto a Elisabetta uno spazio in cui poter stare, sentire, osservare e sperimentare. Uno spazio in cui il corpo non doveva essere soltanto compreso, ma poteva tornare a essere incontrato.

E questo modo diverso di stare in relazione con il corpo riguardava anche la cura: poter scoprire, poco alla volta, nuovi significati nel prendersi cura di sé e del proprio corpo.

Verso una maggiore consapevolezza corporea: i primi passi, non la fine del percorso.

Ho scelto volutamente di raccontare solo i primi passi del percorso di Elisabetta: il nostro incontro e ciò che abbiamo iniziato ad esplorare insieme.

Perché non desidero raccontare un percorso come se avesse un punto di arrivo uguale per tutti, né come un modello da seguire o un risultato da aspettarsi.

Ognuno di noi è unico. E il proprio percorso è unico.

Quello che desideravo raccontare sono alcuni dei primi passi che Elisabetta ha mosso e alcune delle dimensioni che ha potuto esplorare, calandosi nell’esperienza del corpo in un modo diverso da quello che aveva sperimentato prima.

Il suo punto di partenza era quel «non sento il corpo» che, durante il percorso insieme, ha potuto incontrare e attraversare da una prospettiva diversa, che lasciasse spazio a ciò che poteva emergere.

L’esperienza del corpo ha ricoperto un ruolo centrale: prendere confidenza con il mondo delle sensazioni, imparare a stare dentro ciò che emergeva e coltivare, poco alla volta, una relazione diversa con il proprio corpo e con quello che sentiva.

Che relazione

senti di avere con il tuo corpo?

Forse, leggendo questa storia, qualcosa nelle parole di Elisabetta ti ha risuonato o ti ha fatto riflettere. O forse ti ha semplicemente portato a osservare, per un momento, il tuo modo di stare in relazione con il tuo corpo.

Può essere interessante fermarsi un momento e osservare.

  • Ti capita di portare attenzione alle sensazioni del tuo corpo?
  • E, quando lo fai, cosa ti accorgi di sentire?
  • Ci sono delle frasi che continui a ripeterti?

E se anche tu, in qualche modo, ti ritrovi in quel «non sento nulla», forse può essere prezioso iniziare proprio da lì.

Iniziando ad incontrare, con uno sguardo diverso, ciò che già c’è.

Magari anche attraverso pratiche di connessione che coinvolgano attivamente il corpo e permettano di esplorare il proprio sentire proprio partendo dal corpo.

E lasciare che, nel tempo, possa emergere qualcosa di nuovo.

Grazie per aver letto questo articolo, per il tempo e lo “spazio dentro” condiviso. 

Io sono qui, incammino insieme a Te!

Serena🌻

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